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Un vecchio, vestito con una tunica consunta, mi chiede degli spiccioli per mangiare, ma non ho dinari con me e lui, di fronte al mio rifiuto, mima il gesto di inviarmi un bacio. Il venditore della bancarella accanto mi offre delle caramelle al cocco, mentre un bambino molto piccolo, di cinque o sei anni, sporchissimo e sorridente, cerca di farsi notare per una foto; io sto prendendo appunti e ho la testa bassa, lui si avvicina tentennando, poi si decide e mi accarezza una guancia, così finalmente capisco.
Per tre quarti d'ora parlo con Kadim, che ha diciannove anni e vuole sapere tutto sui calciatori brasiliani che giocano in Italia, in particolare gli interessa Rivaldo. Kadim si intende di informatica, mi spiega che in Iraq non ci sono chat e che le home page di moltissimi siti sono chiuse "per evitare di far vedere agli iracheni cose molto cattive"; poi aggiunge con ironia, mimando con la mano sotto il mento una barba molto folta, "perché le cose irachene sono tutte buone". E ride con gusto. Passano molti poliziotti mentre parliamo, qualcuno saluta con la testa, altri hanno lo sguardo torvo e si soffermano a osservare il nostro dialogo; in ogni caso Kadim finge di non vederli e abbassa soltanto il volume della voce.

 Il reportage

 

Assad sembra avere una voglia matta di parlare, mi passa davanti tre volte, a pochi metri, prima di attaccare discorso; non gli devo chiedere nulla, vuole raccontarmi della sua famiglia, del fatto che ha quarantacinque anni e che a Baghdad è rimasto ormai solo: "Come if you want to see, my house is empty"..I suoi genitori sono morti durante i bombardamenti della prima guerra del Golfo, due sorelle sono in Francia, un fratello fa il medico in Germania. Detto questo mi ringrazia e mi saluta

Abbas e Mustafà hanno sette anni, come tutti gli altri bambini oggi non sono alla madrassa, la scuola, perché oggi è giorno di festa. Vogliono una foto e hanno capito che sono italiano sentendomi conversare con Kadir e con Assad, erano nel capannello che in entrambi i casi avevo intorno; così hanno pensato a come richiamare l'attenzione e mi citano, facendo a gara tra loro su chi ne sa di più, tutti i calciatori italiani che si ricordano, visti sul canale sportivo iracheno che propone il campionato italiano e quello inglese.

Alif, infine, è il ragazzino più intraprendente che abbia incontrato: resta con me e gli altri della delegazione anche quando ci spostiamo all'antica università di Baghdad, che sorge di fianco a una moschea distrutta quasi completamente dai bombardamenti del `91; è un'imponente costruzione rettangolare di mattoni chiari, con un ampio cortile centrale, sormontata da due grandi cupole azzurre. Alif saltella tra i blocchi di pietra, mi mostra la sua bravura nelle spaccate e infine finge di cadere all'indietro prendendo una botta sul sedere, gag senza tempo per tutti i bambini del mondo. Diversamente dagli altri bambini non ama troppo farsi fotografare, vuole considerazione. E poi lo divertono i miei capelli lunghi e l'orecchino, lo fanno ammattire dalle risate, perciò vuole mostrare a tutti, italiani e iracheni, come mi impugna la coda; gli prendo tra le dita il ciuffetto che ha sulla fronte e anche questo lo fa rotolare dal ridere. Mi tira per la mano, lo sketch va mostrato anche al militare all'angolo, forse un suo conoscente; sono un po' imbarazzato ma il militare mostra di gradire la scena.

Avremo passato quasi due ore, davvero divertenti, con Alif a impazzare intorno. E quando risaliamo sull'autobus per spostarci alla moschea sciita Al-Khadhimiyya mi bacia sulla guancia. È stato divertente anche per lui.Salutiamo il suk Al Mutanabi, luogo di comunicazione, nella speranza di rivederlo in una Baghdad diversa, meno sofferente. E' lo stesso augurio che ci ha fatto e si è fatto lo scultore Mohamed Ghani, invitandoci a tornare in Iraq. L'arte, ci ha detto, è nel DNA degli iracheni, così come in quello degli italiani, poiché entrambi i popoli sono figli di una storia millenaria; ciò li rende vicini e spiega, secondo l'artista, l'ospitalità che agli italiani è riservata ovunque in Iraq.

La cultura, afferma Ghani, è qualcosa cui gli iracheni non possono rinunciare e che, forse, li aiuta a resistere alla tragedia che stanno vivendo.Ci lascia con la promessa di mostrarci le opere in preparazione nel suo studio quando torneremo. In una Baghdad in pace.