| Davanti si stendeva il terreno sconvolto dell'erigenda fabbrica: un vasto
caos apparente di monti di terra, di legname, di pietre, tra il quale, sorprendente
e ordinata manifestazione di vita, affioravano costruzioni finite e altre
da finire, due ciminiere in mattoni elevate a poco più della metà
e due tini in cemento (...). Poi quell'aprirsi delle fondazioni per le due
linee dei treni di laminazione, dove lucenti si stendevano i sostegni scanalati
già bloccati alle basi. Le grandi fosse occupate dai mezzi volani
con l'asse scoperto poggiante sui supporti. E le massicce e larghe basi
dei motori a vapore, da dove si sarebbe scatenata la forza che avrebbe fatto
roteare i grandi volani e con essi le linee dei treni. E laggiù,
allineate e finite, le casette del fuoco: i fornetti di riscaldamento delle
barre, con le porticine alzate per far circolare l'aria, ora che mattoni
e terra refrattaria erano umidi. Benché incompiuto e deserto, pur
ingombro di macchine da collocare, di pezzi da montare, di residui, l'impianto
sprigionava un senso di forza e di ordine, pareva quasi a vederlo con la
fantasia, un enorme frutto verde che irrompa solido dal fiore che lo ha
generato. Eugenio spiegò a grandi tratti la disposizione e il funzionamento
dell'impianto, accennando ai due gruppi di caldaie collocati alle ali del
capannone, là dove si ergevano i tini e le ciminiere, da quali gruppi
il reparto avrebbe attinto la forza motrice centrale. Disse come si sarebbe
svolto il ciclo produttivo: riscaldamento delle barre nei fornetti, loro
sbozzatura fra i cilindri, ritorno al forno e definitiva passata a misura
a seconda degli spessori da ottenere, che per quelli sottili sarebbe occorso
ancora un raddoppio o due. Dopo spiega come i pezzi laminati sarebbero passati
alle cesoie squadratrici, alla sfogliatura, al lavaggio, alla ricottura,
al treno a freddo, ancora alla ricottura e al lavaggio e infine alla stagnatura
(...). L'accensione dei fuochi a legna per prosciugare e scaldare i forni,
i tiraggi e le ciminiere, coincise con l'arrivo del freddo. Dagli alti e
dai bassi camini incominciò a uscire un fumo chiaro e leggero che
facilmente si disperdeva nell'aria. Nello stabilimento stava nascendo la
vita, d'inverno. Le lontane cime del Girifalco si erano, sia pure per poco,
imbiancate, le acque del golfo si erano increspate e incupite al vento del
nord. Gli operai inesperti, che sotto la guida di un gruppo di maestranze
inglesi, dovevano prender pratica del nuovo e pesante lavoro, avrebbero
avuto davanti un periodo propizio per formarsi ed assuefarsi all'estenuante
calore. Dopo qualche giorno di fuoco a legna, le ciminiere presero ad eruttare
il fumo denso e nero sprigionato dalla combustione del carbon fossile. Lunghe
scie diritte nel cielo si indirizzarono verso la città come per manifestare
la potenza racchiusa in ciò che gli uomini avevano costruito nella
baia. Calmi e attenti, gli operai si muovevano attorno alle cose che il
fuoco stava portando alla temperatura dovuta. Era una calma vigile e leggermente
sospesa, di chi sta per veder nascere il frutto di una lunga attività,
di una lunga passione, dove il rischio e l'imprevisto vi si trovano inclusi.
Trainati da cavalli, i vagoncini circolavano sui piazzali portando a destinazione
il carbone e le barre; i fabbri distribuivano le tenaglie nelle vaschette;
i meccanici preparavano il grasso per le rallunghe e i colli dei cilindri;
i macchinisti controllavano ogni parte delle macchine a vapore; dai reparti
caldaie si vedevano uscire ogni tanto i fuochisti che gettavano all'aperto
palate di rosticci fumanti. Si udiva il rumore delle barre d'acciaio stivate
accanto ai forni, e qua e là un colpo di martello, una voce, un affrettar
di passi sull'impiantito formato da lastre di ghisa. Un mattino, gli operai
che si apprestavano a uscire per recarsi al lavoro, ebbero la gradita sorpresa
di udire il primo fischio dello stabilimento, il richiamo delle cinque e
mezza: un suono lungo, intenso, come un saluto alla piccola città
ancora chiusa nelle sue antiche mura, agli uomini che avevano costruito
la fabbrica alla fabbrica stessa. Lo riudirono più breve ai cinque
minuti alle sei, poi ancora a quell'ora. Qualcuno si era soffermato sui
piazzali per vedere il getto di vapore sprigionarsi alto sulla tettoia del
pri-mo gruppo caldaie. La campanella sulla facciata interna della direzione
taceva. Essa sarebbe rimasta lì a testimoniare i giorni della costruzione,
i giorni in cui allo stabilimento mancava la voce, i giorni dei pionieri
giunti sull'arido terreno della baia. Alla prova delle macchine tutto l'impianto
si animo. Tra sbuffi di vapore i grandi volani si mossero, presero a gi-rare
a passo ridotto, ruppero l'aria ferma emettendo un suono come di campane
lontane |
| E. Sole I Battistrada,cit. p.9-12;82-83 |
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