IDENTITÀ' DI UNA CITTÀ' INDUSTRIALE

PAG. III

Ripercorriamo la fase di nascita della Magona attraverso il racconto di Enrico Sole intitolato I battistrada (1962). I 'battistrada' sono due tecnici piemontesi Eugenio Marchisio, capo meccanico, e Carlo Bertani, capo elettricista, richiamati a Piombino dalla nuova avventura industriale.

Davanti si stendeva il terreno sconvolto dell'erigenda fabbrica: un vasto caos apparente di monti di terra, di legname, di pietre, tra il quale, sorprendente e ordinata manifestazione di vita, affioravano costruzioni finite e altre da finire, due ciminiere in mattoni elevate a poco più della metà e due tini in cemento (...). Poi quell'aprirsi delle fondazioni per le due linee dei treni di laminazione, dove lucenti si stendevano i sostegni scanalati già bloccati alle basi. Le grandi fosse occupate dai mezzi volani con l'asse scoperto poggiante sui supporti. E le massicce e larghe basi dei motori a vapore, da dove si sarebbe scatenata la forza che avrebbe fatto roteare i grandi volani e con essi le linee dei treni. E laggiù, allineate e finite, le casette del fuoco: i fornetti di riscaldamento delle barre, con le porticine alzate per far circolare l'aria, ora che mattoni e terra refrattaria erano umidi. Benché incompiuto e deserto, pur ingombro di macchine da collocare, di pezzi da montare, di residui, l'impianto sprigionava un senso di forza e di ordine, pareva quasi a vederlo con la fantasia, un enorme frutto verde che irrompa solido dal fiore che lo ha generato. Eugenio spiegò a grandi tratti la disposizione e il funzionamento dell'impianto, accennando ai due gruppi di caldaie collocati alle ali del capannone, là dove si ergevano i tini e le ciminiere, da quali gruppi il reparto avrebbe attinto la forza motrice centrale. Disse come si sarebbe svolto il ciclo produttivo: riscaldamento delle barre nei fornetti, loro sbozzatura fra i cilindri, ritorno al forno e definitiva passata a misura a seconda degli spessori da ottenere, che per quelli sottili sarebbe occorso ancora un raddoppio o due. Dopo spiega come i pezzi laminati sarebbero passati alle cesoie squadratrici, alla sfogliatura, al lavaggio, alla ricottura, al treno a freddo, ancora alla ricottura e al lavaggio e infine alla stagnatura (...). L'accensione dei fuochi a legna per prosciugare e scaldare i forni, i tiraggi e le ciminiere, coincise con l'arrivo del freddo. Dagli alti e dai bassi camini incominciò a uscire un fumo chiaro e leggero che facilmente si disperdeva nell'aria. Nello stabilimento stava nascendo la vita, d'inverno. Le lontane cime del Girifalco si erano, sia pure per poco, imbiancate, le acque del golfo si erano increspate e incupite al vento del nord. Gli operai inesperti, che sotto la guida di un gruppo di maestranze inglesi, dovevano prender pratica del nuovo e pesante lavoro, avrebbero avuto davanti un periodo propizio per formarsi ed assuefarsi all'estenuante calore. Dopo qualche giorno di fuoco a legna, le ciminiere presero ad eruttare il fumo denso e nero sprigionato dalla combustione del carbon fossile. Lunghe scie diritte nel cielo si indirizzarono verso la città come per manifestare la potenza racchiusa in ciò che gli uomini avevano costruito nella baia. Calmi e attenti, gli operai si muovevano attorno alle cose che il fuoco stava portando alla temperatura dovuta. Era una calma vigile e leggermente sospesa, di chi sta per veder nascere il frutto di una lunga attività, di una lunga passione, dove il rischio e l'imprevisto vi si trovano inclusi. Trainati da cavalli, i vagoncini circolavano sui piazzali portando a destinazione il carbone e le barre; i fabbri distribuivano le tenaglie nelle vaschette; i meccanici preparavano il grasso per le rallunghe e i colli dei cilindri; i macchinisti controllavano ogni parte delle macchine a vapore; dai reparti caldaie si vedevano uscire ogni tanto i fuochisti che gettavano all'aperto palate di rosticci fumanti. Si udiva il rumore delle barre d'acciaio stivate accanto ai forni, e qua e là un colpo di martello, una voce, un affrettar di passi sull'impiantito formato da lastre di ghisa. Un mattino, gli operai che si apprestavano a uscire per recarsi al lavoro, ebbero la gradita sorpresa di udire il primo fischio dello stabilimento, il richiamo delle cinque e mezza: un suono lungo, intenso, come un saluto alla piccola città ancora chiusa nelle sue antiche mura, agli uomini che avevano costruito la fabbrica alla fabbrica stessa. Lo riudirono più breve ai cinque minuti alle sei, poi ancora a quell'ora. Qualcuno si era soffermato sui piazzali per vedere il getto di vapore sprigionarsi alto sulla tettoia del pri-mo gruppo caldaie. La campanella sulla facciata interna della direzione taceva. Essa sarebbe rimasta lì a testimoniare i giorni della costruzione, i giorni in cui allo stabilimento mancava la voce, i giorni dei pionieri giunti sull'arido terreno della baia. Alla prova delle macchine tutto l'impianto si animo. Tra sbuffi di vapore i grandi volani si mossero, presero a gi-rare a passo ridotto, ruppero l'aria ferma emettendo un suono come di campane lontane  
E. Sole I Battistrada,cit. p.9-12;82-83
   


La nascita del primo nucleo industriale modificò l'aspetto della vecchia città e le sue coordinate principali nel processo di adattamento alle esigenze della grande industria sorta nella rada di
Portovecchio. Nel 1892 fu inaugurato il percorso ferroviario
Campiglia-Piombino e proprio a Portovecchio, nella baia fino ad allora deserta, vicino alle strutture industriali, vennero costruiti i primi pontili di servizio allo stabilimento. Possiamo seguire
l'arrivo del primo bastimento in un racconto di Enrico Sole.

Gli operai che si recavano al lavoro, ebbero la gradita sorpresa di vedere un piroscafo che, dopo aver doppiato la Punta del Fanale, entrava nella baia.
Ciò avveniva raramente, e soltanto quando il mare s'infuriava sotto il libeccio. Ma quella mattina non si poteva dire che fosse maltempo. Soffiava appena un leggero vento di terra.
Gli operai si fermarono presi da una curiosità giustificata. Essi sapevano che in quei giorni doveva giungere via mare, dopo quel poco giunto per ferrovia, il primo carico di carbon fossile. Quando fu possibile distinguere bene la bandiera a poppa, non ne ebbero più alcun dubbio: si trattava proprio di un vapore inglese, e così carico che a momenti le murate sembravano sparire sott'acqua. Altri operai sopraggiunti si fermarono, e a un certo punto, per il timore di essere sorpresi lì fuori dal suono della campanella, presero via tutti verso l'ingresso commentando l'avvenimento. Accanto al fumaiolo del piroscafo, si alza una colonna di vapore che subito si dissolse: un suono cupo, vibrante, che entrava nell'anima, dilaga nella baia, varca il promontorio, passa sulla piccola città chiusa, risveglia echi lontani come si fosse spinto nel tempo.
 

E.Sole, I battistrada

cit,p.58