IDENTITA' DI UNA CITTA' INDUSTRIALE

PAG. XVII

Continua la descrizione della vita quotidiana a Piombino negli anni '50

La famiglia e l'ambiente.

Il Cotone mi sembrava un posto speciale: nessuna porta era chiusa a chiave e in qualsiasi momento della giornata, comprese le ore dei pasti, si potevano fare o ricevere visite. La casa dei nonni era sempre visitata da qualcuno, sia per il carattere aperto e bonario di mia nonna, sia per il suo impegno politico: era infatti una determinata militante comunista. Questo tipo di rapporti non li ho più trovati a Piombino, negli altri quartieri in cui sono vissuto in seguito. Soltanto al Bagno di Gavorrano, nei caseggiati abitati dai minatori della Montecatini, e dove andavo d'estate per un paio di settimane, ospite degli "zii" (cugini di mia madre) riavvertivo un'atmosfera analoga a quella del Cotone. Alcuni particolari erano proprio identici: il vociare alto della gente, i suoni delle radio tenute a tutto volume, le visite brevi, ma frequentissime, da una casa all'altra.

    I giochi.

    (...) A Piombino il mondo dei giochi cambia nettamente. Lì potevo divertirmi con masnade di ragazzetti, all'incirca coetanei:le partite a pallone, le biglie, le figurine, il rimpiattino, la campana, la trottola, ma soprattutto, non tanto per la loro frequenza, quanto per la profondità del loro coinvolgimento. gli scontri fra "bande". Suddivisi per strade, o per quartiere, a seconda della gravità della contesa, ci affrontavamo a sassate ("si faceva la sassaiola"), per difendere o conquistare porzioni di territorio. In questo modo sono tornato alcune volte a casa con la testa spaccata. Talora lo spirito di lotta e il gusto per la battaglia si sfogava simulando le gesta o dei cow-boys contro gli indiani, o dei partigiani contro tedeschi, imitando le imprese che si vedevano al cinema. Perché a Piombino un modo, e crescente, di impiegare il tempo libero, nei giorni di festa, fu per me andare al cinema, prima esclusivamente con i genitori, poi, a poco a poco, con gli amici. In genere si andava in un vecchio cinematografo, il "Sempione" (meglio noto come il "pidocchino"), dove, con il biglietto a tariffa ridotta e meno cara della città, che allora disponeva di quattro sale, si aveva diritto alla proiezione di due film. A Piombino ho sempre giocato per strada o nelle chiostre, mai nelle case che rarissimamente, in casi davvero eccezionali, si aprivano per ospitare qualche bambino a giocare, almeno per l'ambiente da me frequentato. Anche le scorribande in campagna erano un momento importante di gioco. Esse erano il colmo dell'avventura, perché richiedevano organizzazione, potevano dar sempre luogo a imprevisti e, non di rado, erano gratificate da ricche prede (non autorizzate, beninteso): fichi, uva, baccelli.

 

F. Angiolini, Accanto ai grandi ,

cit.

 

 

 

continua....

 

Imparare a casa, imparare a scuola.

(...) Durante gli annidi scuola elementare ho divorato i più tradizionali romanzi per l'infanzia, nelle edizioni per ragazzi. Una mia passione era Giulio Verne, seguito da Dumas, Salgari. Senza famiglia di Malot mi commosse moltissimo; Robinson Crusoe, sempre in edizione ridotta, e il Giornalino di Giamburrasca, li ho riletti un numero spropositato di volte. Queste letture furono via via affiancate da libri che potremmo definire più impegnati, o forse meglio, più connotati: Il romanzo di Cipollino di G. Rodari - delizioso! - Fazzoletti rossi (una storia di partigiani); Il figlio del reggimento (le vicende di un bambino sovietico che si batte contro tedeschi); L'albero del riccio (una selezione di lettere di Gramsci ai figli) che mi venne, diciamo così, spiegato e illustrato, a mo' d'introduzione, dal babbo. In casa non avevamo né dizionari né enciclopedie. Mio padre possedeva alcuni libri: dei romanzi di Cronin e Steinbeck; Le lettere dal carcere di Gramsci, nella prima edizione einaudiana; il famoso, e famigerato, corso di Storia del partito comunista (bolscevico) dell'URSS (stampato dalla Società editrice "l'Unità" nel 1944); tre o quattro volumetti dell'Universale Economica,fra cui Il Trattato sulla tolleranza di Voltaire, a cura di Togliatti; qualche altro libro di contenuto schiettamente politico, di cui ora mi sfugge il titolo. A tali testi mi sono accostato più tardi, verso la fine della scuola media, quando stavo per uscire dall'infanzia. La scarsità di libri era come compensata, per arricchire le mie occasioni di lettura, dal fatto che in famiglia entravano regolarmente un quotidiano e dei periodici. Era a mio padre che andava il merito di questo costume. La nonna materna, completamente analfabeta, aveva sempre guardato alla carta stampata come ad un ottimo ausilio per accendere il focolare o per impacchettare gli oggetti più disparati. 11 quotidiano era "l'Unità" ed è sui suoi titoli che ho appreso a riconoscere le prime lettere; fra i periodici rammento "Noi donne", che comprava la mamma, attivista dell'UDI, e il "Calendario del popolo", al quale era abbonato mio padre. (..) Nell'ottobre del 1952 entrai in prima elementare, sezione A sezione che mi ha seguito fino a tutte le medie, ovviamente a causa del cognome della scuola "Dante Alighieri", l'unica della città. La classe, tutta maschile (le prime compagne di classe le avrò al Ginnasio), era di oltre trenta bambini. Eravamo tutti vestiti con grembiuli no nero, colletto bianco, fiocco azzurro (che a pochi restava integro sino alla fine delle lezioni). Questa divisa è stata indossata fino alla terza; dopo l'esame di passaggio alla quarta, cambiando l'insegnante lasciai la maestra per avere un maestro mutavamo anche l'abbigliamento: il grembiuli no nero con i suoi accessori era sostituito con una giacca di tela azzurra. Portare la giacca azzurra significava far parte dei "grandi" e rappresentava un salto di status di notevole rilievo a-gli occhi di tutti. L'aula era arredata con i banchi di legno dai sedili a panca, dotati di calamaio, perché si scriveva con penna e pennino fino alla terza, ai muri erano appese le solite due carte dell'Italia e dell'Europa, in un angolo l'immancabile lavagna nera, dietro la quale venivano messi in punizione i più discoli.

(...) Alla scuola media trovai un ambiente differente. In classe avevo compagni che provenivano da famiglie socialmente distanti dalla gente che avevo sino ad allora conosciuto. Un segno distintivo netto era dato dalla forma dei calzoncini: chi li portava "all'inglese", ossia lunghi fino al ginocchio, era figlio di un impiegato delle fabbriche piombinesi o di un commerciante di grido o di liberi professionisti. Era uno stereotipo da tutti condiviso. Per fortuna negli anni delle medie i calzoncini vennero sostituiti pressoché da tutti coi pantaloni lunghi, cosicché molte antipatie morirono sul nascere. Avevamo la giacca per un obbligo implicito, ma rispettato. In terza, per la verità, il professore di lettere ci impose l'uso della cravatta, a meno che non portassimo camicie di maglia di lana, capi che mi feci subito comprare dalla mamma per non subire quella sorta di supplizio. L'indottrinamento politico e ideologico era esplicito. il docente di religione, materia che io par non battezzato seguivo per non aver domandato l'esonero, un simpatico francescano che ci insegnava a capire ed amare la musica classica, non mancava di commentare gli avvenimenti, locali o nazionali, quando addirittura internazionali, per farci dei pistolotti contro il comunismo ateo, e sulla necessità che fossero rispettate ed accettate le gerarchie sociali. Il professore di lettere, bravissimo, cui devo tutto il mio latino, che ci prese in terza media, non nascondeva il suo disprezzo più profondo per i lavoratori manuali, ferendomi profondamente nei miei affetti. Parlava pure in termini ironici dei partigiani, ovvero di quelli che per me erano stati eroi incontaminati. Tuttavia ero ammaliato dalla sua cultura e m'impegnavo nello studio, non solo perché tenevo molto a conseguire dei buoni risultati scolastici, ma anche per non deludere le sue aspettative nei miei confronti.

 

F. Angiolini, Accanto ai grandi ,

cit.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

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