IDENTITA' DI UNA CITTA' INDUSTRIALE

PAG. XV

L'operaio piombinese si sentiva pienamente integrato in questo contesto industriale. "Chi è dentro è salvo" si diceva, che vuol dire "dentro" un sistema lavorativo ben preciso, quello siderurgico. Lo scrittore Domenico Rea si confrontò con la realtà piombinese, tracciando un ritratto degli operai di Piombino che ne mostrava pregi e limiti. Lo scritto è del 1963, siamo nel periodo del "miracolo economico", delle speranze per un futuro radioso dell'industria locale, ma già si avvertono obiezioni e presentimenti ancora oggi attuali.

Gli operai di Piombino nel dopoguerra saranno indicati come la punta avanzata del sistema proletario italiano. Ma col passare degli anni, l'intransigenza programmatica sarà superata dagli eventi e modificazioni nell'ambito stesso della concezione del lavoro. Si dovrà però giungere a una nuova direzione aziendale, a una nuova organizzazione del personale, a nuove programmazioni, al capovolgimento del rapporto dirigenza e maestranze per l'instaurazione di una normalità attiva e vantaggiosa per tutti; e ciò grazie alle capacita dimostrate dalla nuova classe dirigente di proporre nuove alternative e al credito riscosso presso le nuove leve di operai, più problematici e restii a buttarsi a capofitto in polemiche scadute (...).

Il vecchio operaio piombinese si recava alla fabbrica con la mentalità del meccanico di una piccola officina. Il figlio e il nipote si recano all'Italsider con la coscienza di far parte di un azienda i cui prodotti partecipano ad una competizione mondiale. La materia prima, particolare da non trascurare, fino alla fine della guerra proveniva, sia pur non già più in grande e determinante parte, ancora dall'Elba. Oggi le rimesse dell'isola sono insignificanti e tendono a diminuire, sostituite da materie prime d'oltremare più vantaggiose e ricche di minerale di ferro.

Sul vecchio operaio questo spostamento di valori e di interessi ha influito in modo sensibile. Sui giovani ha avuto un risultato inverso e positivo. Li abbiamo visti al lavoro in fabbrica. Nulla in essi denuncia la classica condizione d'inferiorità dell'operaio del periodo ottocentesco, anzi è notevole la loro riservatezza, che sfiora l'indifferenza e lo stile di stare sul lavoro con la rattenuta dignità di chi si sente necessario,quanto un altoforno (...).Ma è un fatto incontrastato il fascino che la fabbrica di Piombino esercita sull'uomo di Piombino e quello che il giovane operaio esercita sugli adolescenti. In una congiuntura economica come quella attuale, piena di ricchi mercati di manodopera all'interno e all'estero, qualsiasi persona potrebbe cercare un lavoro altrettanto ben retribuito altrove. Gli operai specializzati come quasi tutti quelli di Piombino si trovano poi nella condizione di dover solo decidere. Ma essi, già come i padri e i nonni, sebbene costoro con limitate possibilità di scelta, decidono sempre e in blocco di restare a Piombino, nell'uva fino a ieri e, a maggior ragione, nell'Italsider oggi. in un certo senso l'operaio dell'Italsider per gli altri rappresenta, oltre che un uomo di sicuro avvenire, una sorte di "eroe del quotidiano". Voi ritenete che un giovanetto sia contento del suo lavoro di cameriere di albergo, di commesso di negozio, di battilamiera di automobili. Il cameriere, nonostante percepisca una paga rispettabile, considerando anche la minor fatica del suo compito, ha un solo desiderio: entrare nell'Italsider. Il commesso di negozio fa lo stesso ragionamento. Ne abbiamo interrogato qualcuno. Si sente solo durante il giorno legato alla stessa sorte delle casalinghe di Piombino. Si sente un uomo a metà e per sentirsi intero sa che prima o poi, se riuscirà ad entrarvi potrà completare la sua persona nella grande fabbrica. Lì è la sua anima, lì potrà trovare la dignità dell'uomo della siderurgia, chiave di volta per intendere l'animo del l'operaio di Piombino.I maestri artigiani fondano il loro lavoro sul caso. Una bella mattina può sempre capitar loro di svegliarsi senza dipendenti. Guadagnava una buona giornata il capo giovane, ma preferì entrare nell'Italsider. Gli stessi operai delle imprese che lavorano all'interno dello stabilimento per le costruzioni edili, i rifacimenti, le opere murarie, la carpenteria, si sentono menomati. Godono di un lavoro garantito e continuo, di un salario adeguato ma il desiderio è sempre lo stesso: stare all'erta per entrare nella fabbrica per antonomasia. Come si vede c'è qualcosa in gioco che solo a prima vista può far pensare alla sicurezza economica e all'avvenire. Siamo nel flusso di una vocazione, di una predestinazione, di un qualcosa di incontrollabile e di viscerale, causa del bene e del male che si configurano in due esempi: la forza e la vastità funzionale dell'Italsider e all'opposto, la modesta e la cattiva crescita della cittadina che non riesce e non sa contenere più la prima.

Quando al mattino dalla stazione ferroviaria escono operai e tecnici provenienti da Cecina, Bibbona, Castagneto, Sassetta, San Vincenzo, Campiglia, Massa Marittima, Follonica, Gavorrano, Scarlino, quando suona la sirena dell'Italsider e gli uomini scompaiono come in una macchina magica, Piombino, vivace e cicalante di sera in un passeggiare da provincia toscana, si spopola e resta in mano alle donne. È noto, Piombino è un centro in cui sono rimasti intatti alcuni intensi caratteri della società ottocentesca. Ogni operaio padre, marito, fratello, fidanzato lascia a casa una casalinga. Salvo centotrenta donne direttamente occupate nello stabilimento ed una sessantina nella ditta incaricata della pulizia degli uffici, la maggioranza resta a casa. Poche conoscono il posto e il tipo di lavoro del familiare maschio, un'ignoranza che può avere tanto un aspetto positivo quanto negativo. Su questa situazione una signora ha scritto alcuni versi, pubblicati dal giornale aziendale Piombino Notizie, in cui è il delicato e amaro sentimento di una condizione anacronistica, che preoccupa non poco anche la direzione dell'Italsider.

Se le attività secondarie e terziarie non avranno uno sviluppo, Piombino nel 1966 sarà si la sede del più grande stabilimento dell'Italsider e uno dei più grandi d'Europa, porterà la produzione dell'acciaio a due milioni di tonnellate, aumenterà sensibilmente il numero dei dipendenti dell'organico attuale, realizzerà nuovi impianti come un laminatoio blooming, un treno per billette, un treno per nastri stretti e uno per profilati piccoli, continuerà a spedire rotaie in ogni parte del mondo, ma potrebbe restare schiacciata dal suo medesimo sviluppo e trasformarsi in una città dormitorio. Il tempo libero potrebbe diventare per tutti la morte civile, nonostante l'attività veramente insolita del Circolo Italsider, comune per gli impiegati e gli operai, in grado oggi e meglio ancora in futuro di offrire spettacoli che, in qualsiasi altro luogo, comporterebbero una spesa elevata (...).Piombino? Potrebbe effettivamente diventare una città modello, come si diceva avanti, se si riuscisse però a frantumare quel catenaccio su cui e scritto: "Chi è dentro [la fabbrica] è salvo, chi e fuori è perduto".(...) Si è detto avanti che il limite dell'uomo di Piombino risiede nel sentirsi destinato a un solo tipo di lavoro perché in esso soltanto trova un senso di compiutezza. Fosse soltanto sfiorato da tendenze levantine, valorizzerebbe Baratti e Populonia, in grado di attirare carovane di turisti; s'inserirebbè nel traffico per lo sfruttamento turistico dell'isola d'Elba; potrebbe fare di Piombino una testa di ponte obbligata come Napoli nei confronti di Capri; allineerebbe al fianco dell'Italsider una città di mare, destinandola all'industria balneare che in altre coste costituisce una fonte di vita di prim'ordine sebbene prive di dintorni paragonabili a quelli della Maremma. Si provi a chiedere ai ragazzi che affollano la scuola statale di siderurgia, sorta per iniziativa dell'Italsider e da questa arredata e corredata di attrezzature tecniche imponenti, qualcosa sul loro avvenire. Nessuno pensa di andare via dalla città. Emigrare è una voce esclusa dal dizionario. Hanno la mira di conquistare posti importanti, ma dove? All'Italsider. È sempre la solita solfa, ovunque. Anche i ragazzi avviati alle tecniche, ai licei, classico e scientifico (e spesso si tratta di figli di operai: a Piombino è in atto l'inserimento di una generazione che arrecherà notevoli miglioramenti sociali in ciascun gruppo familiare con l'accedere ad istituti fino a poco tempo fa irraggiungibili), non intendono rinnegare o modificare il corso della tradizione siderurgica ma soltanto elevarne le sorti nell'ambito stesso della grande azienda, fine e principio di Piombino. Del resto perché andar via da Piombino? Una vita fondata su solidi principi la possibilità di un'economia di piccolo centro, una fonte di lavoro sicura, una direzione aziendale all'avanguardia in Italia, consigliano e invitano alla permanenza. La necessità inderogabile insita nella richiesta di operai che abbiano capacità altamente tecniche, costituisce infine un'attrazione e non un motivo di repulsione per i giovani; ed e in effetti una promozione psicologica e sociale.

 

D. Rea,

La tradizione di Piombino, Genova 1963 pp.19-24

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

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