| Prosegue il discorso sul ruolo della donna con: Primetta nata a Piombino nel 1915 |
Intorno ai diciassette anni fino ai ventiquattro ha lavorato in fabbrica. A ventiquattro anni si è sposata e pensava così di occuparsi soltanto della casa; purtroppo dopo dieci anni è rimasta vedova, quindi dal 1949 fino al 1953, quando la Magona chiude e licenzia tutti, ha dovuto lavorare di nuovo. Il suo lavoro consisteva nella sfogliatura della latta. Era assicurata e le venivano date dodici o tredici lire al giorno. Faceva i turni, dalle sei alle quattordici o dalle quattordici alle ventidue Quando le toccava il turno dalle sei alle quattordici, si doveva alzare molto presto, perché doveva raggiungere il posto di lavoro a piedi. Questo lavoro consisteva nel gettare dei lingotti di ferro dentro un forno molto caldo, che veniva alimentato dal carbone coke. Questi lingotti uscivano come tizzi di fuoco, venivano quindi passati nei cilindri ed in seguito ad un processo di raffreddamento, giungevano nel luogo dove lei lavorava, sotto forma di tavole raffreddate. Primetta con dei guanti di cuoio, con sotto attaccato una specie di coltello tagliava le punte di queste tavole, poi con molta forza tirava e venivano fuori i fogli di latta, che a seconda dello spessore desiderato, venivano messi in recipienti, chiamati cassetti. Questi cassetti pesavano trenta o quaranta chili ed uno alla volta venivano portati nei magazzini, che erano abbastanza lontani dal luogo di lavoro. Veniva prodotto un tipo di latta chiamata stoc, che era una qualità riservata, perché veniva fatta solo per produrre scatolette da alimenti, usate anche durante il periodo della guerra.Quando giungeva l'ora del pranzo, Primetta si doveva affrettare a mangiare, altrimenti invece di fare un viaggio al magazzino, ne doveva fare tre, perché la latta si ammassava tutta insieme. Se il lavoro era poco, poteva andare a casa prima, per esempio invece di fare otto ore, ne poteva fare cinque. Durante il lavoro, Primetta chiacchierava e soprattutto cantava con le amiche le canzoni d'amore.
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anche la storia di Marta che venne a Piombino a cercare lavoro getta una luce sulla condizione femminile in quei tempi. |
Insieme ai suoi due bambini e a due grosse valigie che un giovane cortese le aveva deposte a terra, il treno l'abbandona un po' spaurita sulla banchina di quella stazione sconosciuta. Imitando i suoi piccoli, per i quali maggiormente che in lei, quel viaggio rappresentava l'esplorazione di un mondo nuovo, ella rimase li ferma a guardare il treno che si dileguava sulle rotaie lucenti come un serpe al richiamo di un flauto magico. Aveva il capo cerchiato dalle sue trecce brune, e questa acconciatura, oltre a farla apparire più giovane, le dava un senso di fresca levita. Le pareva che il passato fosse distante da lei, e che l'avvenire, nascosto laggiù in fondo a quella fuga di colli scuri, dove si alzava una vasta nube di fumo, si fosse già preparato ad accoglierla. Aveva l'impressione di essere giunta in una zona neutra, e il silenzio il paese della stazione era lassù alto sul colle la pianura con le macchie sbiadite dei rari casolari, l'aria un po' greve che attutiva le voci, la terra che attendeva i primi accenti della primavera, ne avevano i segni e il carattere. Il treno per la città fumosa attendeva sonnacchioso. Ella aiutò i suoi bimbi a salire, riuscì a mettere su le valige da sola, poi lieve e svelta salì. Con molto chiasso e vento e odor di tante cose, un altro treno giunse sulla linea principale. Il trenino si anima per il sopraggiungere di altri viaggiatori, fischiò, sbuffò, prese via con lodevole impegno verso la punta del promontorio. Ella fu lieta che nel suo scompartimento non fosse venuto nessuno. Desiderava che l'affettuosa unione con i suoi piccoli, non fosse fugata da estranei. Preso dalla stanchezza, il minore le domanda quanto tempo c'era ancora per arrivare, e lei, accarezzandolo, lo rassicura che ciò sarebbe avvenuto fra breve. Poi fu presa da un ansioso smarrimento, e perché i suoi bambini non scorgessero l'espressione che le si era dipinta sul volto, si appressa al finestrino facendo finta di guardare i solchi e i filari che parevano roteare a ventaglio. Pensava alla vita nuova che l'attendeva, al clima non proprio come quello del suo paesino appollaiato su un poggio folto di castagni, alla sua mobilia partita con un barroccio due giorni prima ed ora disposta chissà come in stanze a lei sconosciute, a suo marito che il lavoro non aveva permesso di andare ad incontrarli alla stazione di poco prima. I bambini, gridarono: «Il mare, il mare!». Era già a loro apparso per breve tratto prima di giungere alla stazione solitaria, ma quello era un mare inafferrabile, lontano, questo invece compresero che era il loro mare, il mare dove nell'estate sarebbero corsi a fare il bagno e a prendere il sole. Anche la giovane mamma guardò. Il mare era là, cosparso di riflessi perlacei, con una bella striscia azzurra sotto l'altro capo del promontorio che pareva una decorazione. Gli si stagliavano contro alcuni pini allineati in prossimità della spiaggia e una casetta solitaria. Questa nuova impressione del mare, si sovrappose all'altra che ella aveva avuto durante il suo viaggio di nozze, e si dissolse subito tanto la prima era netta e cristallina. Ricordava. Per il vento freddo che soffiava da terra, la grande distesa liquida sembrava un prato di smeraldo, e per quei ciuffetti di spuma che apparivano e sparivano come rìncorrendosi, sembrava che vi giocassero a rimpiattino un branco di pecore pazzarellone. Un mare fresco come la sua giovinezza di allora, un poco fiabesco come quei giorni felici. Dopo che il treno ebbe abbordato una curva a piè di un poggetto coperto di ulivi, un paesaggio lunare si presenta allo sguardo dei nostri viaggiatori. Un colle brullo declinante verso il mare, arginava la zona industriale, che là dietro si intuiva pulsare come un gigante incatenato; da quel colle, che una galleria bucava, si dipartiva un altipiano cinereo a chiazze giallastre e violacee formato dallo scarico del materiale al quale il fuoco aveva sottratto ogni nascosto valore: povere cose senza più segno di vita, le quali avrebbero atteso per anni il sorriso di un filo d'erba e di un fiore. Su l'altipiano, una locomotiva trainava alcuni carri con dei recipienti conici colmi di loppa incandescente, destinata a riversarsi in rigagnoli di fuoco e poi rapprendersi come lava giù per la scarpata. Il treno si infilò ansimando nella breve galleria e sbucò nella zona degli stabilimenti. Per la giovane mamma e per i suoi piccoli, fu come se dopo il prologo, un sipario si fosse alzato sullo scenario possente di un'opera nuova, di un'opera avente per protagonista il lavoro. Davanti ai loro occhi stupiti, essi videro passare antenne e fili, montagne di carbone e di minerale rossastro, di pani di ghisa e di rottami di ferro; e ponti di scarico, piroscafi, locomotive, funivie, altiforni, gassogeni, capannoni, ciminiere; e fumo, fumo per ogni dove, e dalle tonalità e dagli odori più vari e impensati. Il pensiero di Marta, della giovane donna, corse ad Andrea, a suo marito, il quale per una serie di circostanze aveva dovuto lasciare il proprio paese per andare a lavorare in quella città fumosa e rumorosa, ai suoi bambini, Mario e Guido, che avrebbero dovuto respirare quell'aria, a lei stessa presa dalle faccende domestiche in un palazzone che come le aveva scritto suo marito si chiamava Grattafumo circondata da un mondo chiuso e possente che ella sentiva di non poter decifrare, che le dava un senso di smarrimento. Si senti piccola e fragile, una canneggiola in una selva d'acciaio. Le parve di sentir premere sulla sua tenera carne quella materia rigida e bruta e un groppo le sali alla gola mentre le palpebre le battevano rapide. Quando in prossimità della stazione, nel bel mezzo della zona industriale, il treno frena la sua corsa stridendo, e l'odore degli stabilimenti penetrava nelle carrozze, ella fece forza su se stessa e insieme ai suoi piccoli si affacciò al finestrino. Tra le poche persone che attendevano, ella ne scorse una, alta, sorridente, sicura, resa come luminosa dalla tuta azzurra che indossava; e mentre i bambini riconosciuto il loro babbo, facevano gesti di contentezza e ridevano felici, ad essa parve che quell'azzurro si espandesse nell'aria fugando il grigiore e la rigidità del paesaggio insieme allo sgomento che per un attimo aveva preso il suo animo e il suo cuore. |
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