IDENTITA' DI UNA CITTA' INDUSTRIALE

PAG. X

 

Passata la prima guerra mondiale, Piombino si ritrovò, come molte altre realtà industriali italiane, in una profonda crisi economica. Le elezioni del 1919 e quelle del `21 confermarono la forza del Partito Socialista (33% nel 1921), accompagnata dall'ascesa del Partito Comunista (28%). Il periodo 1919-1 920 (il cosiddetto "biennio rosso") fu caratterizzato da un frenetico attivismo dei sindacati e dei partiti operai. Nel 1919 si verificò la rivolta contro il caro-vita con l'assalto ai negozi: un atto visibile del malcontento, stimolato soprattutto dagli anarchici. Fu un atto ingenuo e piuttosto superficiale, ma fu anche il sintomo di un profondo rancore fra chi aveva e chi non aveva. Nel 1920 avvenne invece l'atto più rilevante del biennio rosso: l'occupazione delle fabbriche, che segnò un punto di non ritorno, un grande allarme per la borghesia imprenditoriale.

    Lunedì 7 luglio i bottegai si rifiutavano di aprire i negozi. Le autorità interpellate rispondevano che per quel giorno, avendo l'Associazione Commercianti espresso questo desiderio, era dato ai proprietari la facoltà di procedere a un inventario; il giorno dopo la merce sarebbe stata venduta d'autorità al prezzo stabilito dai calmieri-(11). Soltanto in via XX Settembre e al mercato coperto funzionavano alcune rivendite di pane; per le strade solo gli ambulanti del pesce e della verdura. A mezzogiorno una folla di cittadini, fra cui molte donne e qualche militare, prendeva d'assalto il mercato. In testa alla folla gli anarchici sventolavano la bandiera rossa e nera. In un baleno la notizia si propagava per la città. Gruppi di uomini decisi a tutto, donne e ragazzi, sfondavano le saracinesche dei negozi. Una bottega di calzoleria posta in piazza Verdi veniva vuotata in un attimo; squadre di operai muniti di bracciale rosso vendevano le scarpe "a offerta" e passavano il denaro al padrone del negozio che assisteva disperato alla scena. La drogheria degli "svizzeri " signori Puorger, esosi e ricchi sfondati, che si erano trovati ad avere il monopolio di vendita di alcuni generi di prima necessità e che avevano approfittato largamente di questa favorevole situazione, veniva letteralmente saccheggiata: latte condensato, zucchero, caffè, sapone, bottiglie di liquori, venivano gettati fuori della porta e afferrati al volo. Quando sopraggiungevano gli uomini dal bracciale rosso, la merce rimasta veniva requisita, caricata su carri e camions, e avviata ai depositi della Camera del Lavoro e nei locali predisposti in Municipio. Stessa sorte subiva la bottega delle sorelle Donati che avevano il loro negozio di trine, sciarpe, bottoni e chincaglierie in piazza Verdi; toccava quindi al grandioso emporio della signora Maria Coriolato in piazza Vittorio Emanuele e a tutti i negozi di alimentari in via Emilio Zola. Davanti alla Camera del Lavoro, in piazza Bovio, gli uomini col bracciale rosso scaricavano i barrocci, le carrette, i camion che arrivavano carichi di merce requisita e ripartivano vuoti. I generi alimentari venivano invece portati in Municipio, dove erano a disposizione ampi locali. Un altro deposito popolare era situato al mercato; qui era esposta la bandiera rossa e nera della federazione anarchica e uno striscione con la scritta: gli anarchici.

 

P.Bianconi,

Il movimento operaio a Piombino,

Nuova Italia, Firenze,1970

 

 

 

 

   

 

Il fascismo protetto e sovvenzionato dalla dirigenza della grande industria, spazzò via la resistenza del movimento operaio, in primo luogo attraverso un piano di violenze antioperaie e la liquidazione delle organizzazioni democratiche (omicidi di militanti comunisti e anarchici, dimissioni forzate dell'amministrazione socialista, devastazione della Camera del Lavoro). Molti lavoratori dovettero lasciare Piombino per sfuggire alla violenza ed alla disoccupazione. Emigravano all'estero o in altre città italiane: è il caso, ad esempio, di Sesto San Giovanni (Milano) dove i nuovi emigrati trovarono un forte nucleo di operai piombinesi, venuti prima della guerra per lavorare nelle locali acciaierie, che si distinguevano ancora per la loro coesione e per la fede anarchica.

Il Lorenzi del Concordia.

(...) Da giovane son venuto via da Piombino nel `23 perché la mi' famiglia era sotto persecuzione politica. Arrestarono mi' fratello e lo misero sei mesi a Volterra in galera. A me mi volevano massacrare di botte perché facevo parte del gruppo giovanile anarchico. Facevo parte dell'Unione Sindacale come tutta la Camera del Lavoro di Piombino. Ma quando son venuto quassù (a Sesto San Giovanni), non avevo più nessuna tessera, nemmeno quella sindacale. Però ho avuto subito contatto con elementi politici di Sesto e collaboravo. Sapevo farmi un'autodisciplina, vedevo le cose come stavano se mi sembravano giuste aderivo; se no, dicevo no, non aderisco io. Però col passa' de l'anni, ho cambia' mentalità. Son diventato comunista. Era un'utopia resta' anarchico.

 

F.Alasia,La Vita di prima,

Milano,1984 p.185

 

 

 

 

 

I piombinesi, come del resto tutti i toscani, trasmettevano una "cultura" che si basava su un dialetto vicinissimo alla lingua italiana scritta e sulla lettura. La "cultura" locale (della Brianza) invece era imperniata sulla sola trasmissione "orale" che inoltre utilizzava forme dialettali "strette", non sempre intelligibili, specie agli immigrati dell'Italia centrale. I piombinesi dunque erano "esseri leggenti", la loro cultura si imperniava sulla lettura di testi letterari e politici. Era inevitabilmente disorganica, probabilmente in quanto autodidattica, ed era laica, democratica e libertaria. La base delle letture era costituita dai classici della letteratura russa e francese dell'Ottocento: Sue, Hugo, Zola, Tolstoj e Dostoievskij, conosciuti soprattutto attraverso le loro più impegnate e principali opere: I misteri di Parigi, I miserabili, Germinal, Resurrezione, L'idiota, tanto per citare i propilei. La letteratura italiana era presente con la conoscenza della Divina Commedia del prediletto Dante, quasi un conterraneo. Questa conoscenza si spingeva sino a mandare a memoria interi canti del poema dantesco. Non era raro poi trovare chi, come il "ciaba" Melani, aveva imparato il greco e il latino da solo. Ma l'ossatura della formazione politica degli immigrati piombinesi restavano i classici del pensiero libertario ed anarchico. Erano i più amati e i più citati nelle discussioni. Bakounin, Kropotkin, Stirner, Proudhon (ovviamente Baunì, Kropotkì, Stirne e Prudhon), con il compaesano "poeta dell'anarchia e cavaliere dell'ideale" Pietro Cori, fornivano incessanti motivi di riflessione e di studio. Più tardi verranno le letture di Gorkj e forse, ma dubito un po', di Marx ed Engels.

Liberi, anticlericali, spregiudicati e dialettici, autentici "magazin de parol" così erano definiti, tra l'ammirato e lo sprezzante dai loro taciturni colleghi sestesi i piombinesi alzarono il tono del dialogo politico portandovi aria nuova.

 

 

G.Vignati,Tra i siderurgici piombinesi a Sesto San Giovanni: I maestri di anarchico pensiero,

in Siderurgia e Minere in Maremma tra 500 e 90

a cura di I. Tognarini Firenze , 1984 pp. 269-70

 

 

 

 

 

 

 

 


seguono note...





 

 

    11)"La Giunta Municipale di Piombino in data 5 luglio aveva deciso in base alle disposizioni prefettizie, di disporre un calmiere pubblico che doveva ribassare i prezzi di tutte le merci fino al 50 per cento.

 

 

 

.