IDENTITA' DI UNA CITTA' INDUSTRIALE

PAG. XXIII

Gli anni Settanta sono stati con traddittori per il settore siderurgico ed hanno anticipato la grande crisi degli anni ottanta. Fiumi di parole sono stati scritti su questo fenomeno che ha fattotramontare definitivamente le grandi illusioni degli anni del mi racolo economico. Piombino si è trovata, per la prima volta, difronte a una crisi strutturale e non contingente, che investe non solo i modi, ma la sua stessa esistenza di "città dell'acciaio".

    Il gigante non riposa mai. Le acciaierie ruggiscono giorno e notte. Da quasi un secolo Piombino vive con i ritmi dell'altof orno. Lo stabilimento è incuneato nella città. Oggi si chiama uva lo stesso nome del dopoguerra quando le bombe avevano raso al suolo le fabbriche. Nel 1897 fu battezzato Altiforni e Fonderie di Piombino. Tre anni prima era stato creato l'altro cuore siderurgico della città, la Magona d'Italia. Una lunga storia, che passa attraverso la gestione Italsider e Deltasider. I piombinesi non la chiamano nemmeno per nome. Per il sindaco, il sindacalista, l'ex partigiano è semplicemente la "Fabbrica". Non è l'unica, ma nel bene e nel male, è il simbolo di Piombino. Un gigante che ha costruito interi quartieri e poi li ha divorati per far posto a nuovi impianti, un colosso che occupa un'area di undici milioni di metri qua-dii e che sta abbarbicato ad una città tredici volte più piccola. L'llva ogni anno paga cento miliardi in stipendi e altri cinquanta vanno alle ditte dell'indotto, che per lo più si occupano di ma nuterìzione. Dieci anni fa la "Fabbrica" aveva 7.600 dipendenti. Oggi sono meno della metà. La produzione è rimasta la stessa, le macchine hanno sostituito l'uomo e quattromila operai sono andati in pensione forzata (...). Piombino è in bilico. La ricchezza non manca. Quei ventuno milioni di reddito procapite assicurano alla città tra i primi venti posti in Toscana. Ma stanno cambiando la vita, le abitudini regolate sul ritmo della fabbrica. Si sgretolano certezze decennali. Ora l'Inps che versa cento miliardi sulla Vai di Cornia, dieci anni fa lo faceva solo l'Ilva. In nove mesi gli operai hanno vissuto 91 mila ore di cassa integrazione. E gli iscritti alle liste di collocamento aumentano in maniera vorticosa. Ora sono quattromila, mille in più dell'anno scorso, nel 1986 erano duemiladuecento. Un rosario di cifre per spiegare che se gli ultracinquantenni hanno la pensione, i giovani non trovano più lavoro, perché la fabbrica non li vuole.

 

F.Galati,

L'Ilva e Piombino:nevrosi e miliardi, in "La Repubblica",23 novembre 1991

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale Piombino al termine del secolo? Forse la città di cui parla, in una sua breve favola, Gianni Rodari, quasi una metafora, per chii vuole, o può capire, Piombino.

 

Una volta a Piombino piovvero confetti. Venivano giù grossi come chicchi di grandine, ma erano di tutti i colori: verdi, rosa, viola, blu. Un bambino si mise in bocca un chicco verde, tanto per provare, e trovò che sapeva di menta. Un altro assaggiò un chicco rosa e sapeva di fragola: «Sono confetti! Sono confetti!». E via tutti per le strade a riempirsene le tasche. Ma non facevano in tempo a raccoglierli, perchè venivano giù fitti fitti. La pioggia durò poco ma lasciò le strade coperte da un tappeto di confetti profumati che scricchiolavano sotto i piedi. Gli scolari, tornando da scuola, ne trovarono ancora da riempirsi le cartelle. Le vecchiette ne avevano messi insieme dei bei fagottelli coi loro fazzoletti da testa. Fu una grande giornata. Anche adesso molta gente aspetta che dal cielo piovano confetti, ma quella nuvola non è passata più né da Piombino né da Torino, e forse non passerà mai nemmeno da Cremona.  

G.Rodari,

La famosa pioggia di Piombino, in Favole al telefono ,Einaudi, Torino, 1962 p.32

 

 

 

 

 

 

 

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