Scheda libro

      «Se I 'Atyballos Poupé, il Rotolo di La ris Pulenas, le Lamine di Pyrgi, il Cippo di Perugia e la Tavola di Cortona racchiudono delle vere e proprie sorprese, le Bende di Zagabria costituiscono un autentica rivelazione, perché tuttto ciò che è stato detto finora di questo documento non ha nessuna attinenza con l 'effettiva realtà: del testo.Raccontano, infatti; una vitenda strqordinaria (una ragazza di diciott 'anni violentata e uccisa, la ua imbalsamazione e il rito funebre) che lascia sbalorditi per la sua tragicità, ma anche per tutte le implicqzioni di carattere etico e religioso, che aprono spiragli assolutamente insospettati sulla civiltà etrusca. Il titolo stesso de/libro richiama questo stupore: è un grido che si leva dal passato e noi solo ora siamo in grado di ascoltarlo!»

 

      Giorgio Bertella

 

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 Dalla prefazione

Il linguaggio, diceva Heidegger; è la «casa dell'essere»: lo stesso Plotino, il più grande dei neoplatonici, vedeva nella ricognizione etimologica, semantica, una modalità originaria attraverso cui cogliere le infinite ricchezze della realtà che ci circonda. Il linguaggio, diremmo noi, è il luogo in cui, dall'urlo primitivo, germina la civiltà. E in esso, infatti, che un popolo manifesta il proprio spirito: storia, tradizioni, cultura, istituzioni, ecc.In queste dense epreziose pagine, l'Autore ricostruisce le enigmatiche civiltà etrusca e sicula con un approccio linguistico-etimologico originale lungamente meditato e rielaborato che aprirà, ne sono certo, prospettive assolutamente nuove su un mondo tanto ricco quanto ancora oscuro. La struttura portante su cui si regge la tesi qui sostenuta è che entrambe le lingue hanno avuto origine nel lontano oriente. insomma, gli Etruschi, come avvertiva Erodoto, non erano un popolo autoctono, ma provenivano dall 'Anatolia (in cui erano giunti da oriente attraverso la Persia e la Mesopotamia). Con una serie di rilievi linguistici e glottologici, l'Autore mostra come la tipologia della lingua etrusca sia «molto lontana dal greco e dal latino e vicina al "sanscrito". In questa breve presentazione, vorrei,a tal proposito, soffermarmi sul Cippo di Perugia, rinvenuto nel 1822 da Vincenzo Cherubini (Si tratta di un travertino di cm 149 x 54, su cui è inciso un trattato tra due famiglie: i Velthina e gli Afuao). Nell 'originale e documentata traduzione di Enrico Caltagirone si evince non solo che l'ostilità tra le duefamiglie nasceva dall'acqua del fiume finalizzata alla coltivazione, ma soprattutto che le parole daura, fiume, efaisti, raccolto di riso, potrebbero costituire delle spie importanti sull'origine orientale degli Etruschi.

C'è, poi, nelle pagine che seguono, un altro elemento di sicuro interesse concernente la Grande Madre All'interno delle relig ioni prevediche (Veda, come è noto, costituisce il titolo dei libri canonici della religione indiana) il culto più antico e diffuso sembra essere quello della Grande Madre o Grande Dea, garante dellla fertilità o cespite donativo della vita.

Questo culto nasce, quindi, nel bacino dell 'Indo, e se era presente nel 4000 a, C. in Anatolia, mo/lo probabilmente era arrrvato lì prima, a dimostrazione che le migrazioni hanno avuto sem pre la stessa direttrice, da oriente verso occidente, da tempi molto remoti. A tutto questo dobbiamo aggiungere che il culto della Grande Madre presente in Sicilia ha una precisa corrispondenza nella Uni etrusca. Uni, come si può leggere nelle Bende di Zagabria e nelle Lamine di Pyrgi, significa per l'appunto dea Madre.

Lo stesso passaggio dall 'inumazione all 'incinerazione, avvenuto nel 1200 a.C, circa e collegato da molti ad una provenienza da nord, porrebbe, invece, attestare una derivazione orientale. insomma, immaginando che gli Etruschi provenissero da oriente, è logico pensare che si siano portati dietro il culto della Grande Madre (Uni) e un profondo cambiamento delle urne. A tutto ciò bisogna aggiungere il fattore lingua, che a me sembra l'elemento determinante. Accostando l'etrusco ad una lingua madre pre indoeuropea (una lingua presanscrita), l'Autore ci dà la soluzione. E le traduzioni così straordinarie e precise nelle corrispondenze, così straordinarie nei significati, sono qui a testimoniano. Ci sono, di contro, sostanziose schiere di studiosi che, probabilmente a causa di un 'analisi superficiale, negano la provenienza orientale degli Etruschi ritenendo che sul piano linguistico e archeologico l'ipotesi sia del tutto inconsistente. Tra questi poss lamo citare Mario Torelli, che così si esprime:

«il trionfo della mentalità e dell'organizzazione socio-economica delle nascenti aristocrazie etrusche si celebra senza dubbio con l'accoglimento e/o sviluppo locale delle mode culturali orientalizzanti tra il 730 e il 580 a. C. J.[..] La cultura orientalizzante ha avuto così entusiastica accoglienza in Etruria che alcuni storici moderni, in virtù di una superficiale analisi (sic!), hanno esitato afare l'equazione "arrivo della cultura orientalizzante, arrivo degli Etruschi dall 'Oriente", tanto è apparso faticoso ed ahbagliante lo sviluppo di quella cultura in territorio etrusco. Oggi sappiamo che L'orientalizzazione è un fenomeno culturale assai complesso dalle matrici in larga misura greche, che trae le sue origini nel concomitante sviluppo socio-economico di alcune aree della Grecia e nell'ormai secolare contatto intercorso tra mondo ellenico e mondo orientale: L'orientalizzante etrusco è incomprensibile senza la cultura di Creta e di Corinto, senza il contributo dell 'artigiano cre tese, corinzio, cuboico-cicladico, greco-orientale e coloniale, in altre parole senza lo straordinario sviluppo di alcune città e delle relative componenti artigiane e mercantili e senza la mentalità greca di cui l'Etruria progressivamente si imbeve».

Mi pare che la tesi di Torelli, e di altri che la pensano come lui, sia troppo debole per spiegare un fenomeno così diffuso e radicato a tutti i livelli, anche ipiù umili, per considerlo una moda orientalizzante. Del resto, se mi è consentito, perché a questa che Torelli considera una moda non si è associata anche quella di parlare in greco? Sarebbe stata una logica conseguenza! Si pensi alla moda, o se si preferisce alla necessità odierna, di parlare inglese e alle innumerevoli parole di questa lingua ormai diventare di uso comune nel nostro linguaggio... In vece nell'etrusco non c'è alcuno traccia di greco, come le innumerevoli ricerche in tal senso dimostrano. La lingua etrusca resta un mistero anche per Torelli e per tutti quegli esperti che da sempre sono visti come interlocutori privilegiati - se non unici - nell'ambito della linguistica italiana.Ebbene, nelle dense riflessioni che seguono, l'Autore offre un cospicuo materiale linguistico e storico che potrebbe mettere in discussione quanto oggi si ritiene acquisito, a volte con eccessiva se non indebita sicurezza, sugli Etruschi. E un enigma che continua, oppure, finalmente, iniziano a cadere i primi pesanti veli che ci annebbiano la vista, o addirittura la nascondono, su un mondo storicamente così rilevante? A partire dalle acquisizioni di Enrico Caltagirone, che sifondono principalmente sulla lingua, si potrebbero veramente dischiudere nuovi scenari.

 

                Fabio Gabrielli

 

      Enrico Caltagirone, l'appassionato Glottologo autore di questo libro, è nato nel 1944 a Centuripe (En), un paese che sorge su un'altura, in prossimità dell'Etna. Ha pubblicato con Marna, nel 1998 il romanzo Alla ricerca delhi Grande Madre.